LA FOTOGRAFIA VINCE ANCORA                                                                                                                                                                     di Italo Zannier  

Dopo la prima “massificazione” della fotografia - negli ultimi decenni dell’Ottocento con la “semplificazione” della Kodak, subito contrastata dal cosiddetto pictorialism - oggi, nella retorica globalizzazione dell’immagine (tutto in immagine, “per tutti e di tutti !”), la fotografia sembra definitivamente declassata a un gioco fanciullesco. Anzi, secondo chi è rimasto ai vecchi tempi, si tratterebbe addirittura di un gioco quasi volgare, comunque primitivo, come il fascino delle collinare colorate tra gli aborigeni.
Con plateale evidenza, specialmente in Italia, in questi ultimi decenni del vivere quotidiano, con la complicità di economici cellulari e simili “tecnologici” aggeggi. Un Gioco per tutti, comunque, ma veramente per Tutti ! É sufficiente guardare nella finestrina della cameretta, premere un pulsanti e poi via, via, tutto splende sullo scherzetto, con colori sino a oggi impossibili.


Nonostante il modernismo progressista, si continuò lungamente a lamentare il kitsch del viscido colore fotografico, senza considerare la inevitabile corsa tecnologica in ogni settore - dal cavallo alla Ferrari... - in favore del tradizionale, “rigoroso”, bianco nero.
Che, in effetti, non altro era che il grado zero della fotografia, avviata dal monocromatico dagherrotipo, nel suo divenire, verso il cinema, il colore, la televisione... , infine Internet e quant’altro. Non so dove si arriverà! Ma, ogni tanto, nonostante il mio stupore sul “nuovo fotografico” (ma lo stupore non è altro che una possibile definizione o idea di “bellezza”!), scopro qualche fotografo tout-court; come oggi Amedeo Abello, che vola imperturbabile nel suo paesaggio mentale, dove però il bianco-nero non è una scelta reazionaria, ma coerente con l’immaginario. Domani, forse, verrà il colore. Amen.


Abello ha il coraggio, ma soprattutto la consapevolezza, che la fotografia, come linguaggio di intelligenza, esiste tuttora, nonostante la sua (definitiva ?) globalizzazione nel banale. Se c’è il talento, la passione, la tenacia e un idea del mondo, da trasferire nel segno dell’immagine, il mezzo d’espressione non conta. Fotochimica o numérique non sono un problema, è il risultato che conta.


La fotografia è un rito di strada (fu così intesa anche nei primi decenni dopo l’invenzione: si legga lo Yorick del 1898 !), tutti con il cellulare all’occhio (che direbbe Daumier, oggi, sostituendo un nostrano fotografista all’eroico Nadar ?), l’un contro l’altro a respirare immagini, però subito effimere come un soffio di vento... Oggi rivive forse il fascino della antica Lanterna Magica, il suo incanto popolare.
Voilà la lanterne magique”, come nell’antica modernità seicentesca. “Le plaisir et la gaieté - recita un vecchio racconto sulla Lanterne - rendent enfants; nous nous écriâmes tous d’une voix, vieux et jeunes, hommes et femmes: la Lanterne magique! La Lanterne magique!...


Qui c’è la Lanterna di Amedeo Abello, che in silenzio cerca a sua volta di scoprire l’altro lato della facciata, la sua immagine misteriosa, sconosciuta come il centro della terra. Ed è lì che Abello trova i segni che gli servono per definire le immagini sue più pure, quelle che esorbitano dalle pur eccellenti, più riferite al vero. A volte compilate secondo secondo un lessico già sublimato dai magistrali Shore, Baltz, Guidi..., ma qui espressi come prova di una cultura dell’immagine, che è sempre fondamentale per comprendere il suo percorso e, nel contempo, la propria sensibilità visiva. Qui il bianco - nero, è nero al limite del visibile nella memoriam, è intenso, persino tragico, come in un sogno. Ci sono immagini, nel portfolio di Amedeo Abello, che hanno finalmente il fascino raro della poesia, quella emozione che la fotografia è sempre in grado di esprimere nel suo linguaggio, secondo lo sguardo e il tatto delicato dell’operatore. Che non scatta, ma esprime se stesso, in un racconto d’immagine, che esorbita da ogni pacchiana massificazione. Evviva!

 

Venezia, Novembre 2014